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«Che cosa è l'architettura?» Perchè è un farmaco di cui abbiamo bisogno ora più che mai.

2025-11-01 09:54

Nicholas Nisi

Riflessioni sul Design, architecture, neuroscience, personal-story,

Pantheon, interior, Marcus Vipsanius Agrippa, Rome.

L’architettura è un “farmaco”: se ben dosata cura, se mal dosata fa danni. Non conta l’oggetto in sé, ma la vita che abilita. La forma è il linguaggio con cui uno spazio rende visibile (e misurabile) ciò che sentiamo.

Martedì, 10:06

28 ottobre 2025

 

Ciao e benvenuto in questa terza lettera di Parallel Atelier.

 

Anche oggi sono seduto sulla mia sedia da ufficio, davanti allo schermo.

Mentre scrivo, fuori dalla finestra c'è il sole, ammetto però che comincia a fare fresco, anche se non c'è ancora quel freddo pungente che mi piace tanto.

 

Prima di continuare, un breve riassunto della puntata precedente: abbiamo visto che «La forma è funzione», distinguendo tra:

  • Funzione Esterna (bisogni fisiologici e pratici del corpo: porte, bagni, tetto, circolazione, ecc.)
  • Funzione Interna (bisogni simbolici e psicologici: calore, riparo, sicurezza, atmosfera, calma).

Puoi leggere l’intera Lettera cliccando qui.

 

Oggi invece voglio raccontarti un pezzo del mio percorso su una questione:

ti sarà capitato di camminare per strada, guardarti intorno (specie in un posto nuovo), e pensare cose del tipo:

  • «Non mi sento sicuro qui».
  • «Meglio camminare in fretta».
  • «Mamma che brutto posto».
  • «È proprio un postaccio».
  • «Io qui non ci vivrei mai».
  • «Non vedo l'ora di andarmene».

 

Il tutto accompagnato da quella sgradevole sensazione allo stomaco, un misto tra disagio, fastidio e insicurezza che non ti fa sentire bene.

 

A tal proposito, voglio condividere con te un pezzo della mia storia, in particolare di quando ero bambino.

 

Guardandomi indietro, mi sembra che, in fondo, il mio cammino sia sempre stato tracciato (nonostante lungo il tragitto non mi sia sembrato affatto chiaro).

 

Ricordo che vivevo in periferia, tra una zona industriale e una strada statale, e, guardando fuori dalla finestra, il panorama era tutt'altro che edificante!

Un grigio capannone qua, un grigio capannone di là, qualche condominio di quelli che nella prima Lettera abbiamo definito «noiose scatole» con sfumature diverse di grigio, una strada di cemento grigio su cui correvano tutto il giorno camion e macchine rigorosamente bianche, nere o grigie.

 

In sintesi: un mare di scatoloni grigi più o meno tutti uguali poggiati su una strada grigia intasata nelle ore di punta da macchine grigie.

Se poi ci aggiungiamo anche il grigio inverno della Pianura Padana, jackpot!

C'era un benzinaio, che era rosso (era un distributore Esso, lo ricordo bene), forse l'unico colore davvero presente.

 

Devo dirti la verità, forse ero un bambino troppo sensibile, ma guardavo poco fuori dalla finestra perché quello che vedevo mi rattristava e mi metteva di cattivo umore!

Insomma, era un posto in cui non mi sentivo bene, che mi dava fastidio e da cui non vedevo l'ora di andare via.

(Se sei tra quelli, come me, che non si sentono a loro agio negli ospedali, più o meno la sensazione era quella).

Quella è stata la mia prima esperienza diretta dell'impatto di un'esposizione duratura a un certo tipo di ambiente costruito.

(Ora che ci penso, ci ho messo quasi 30 anni per avere riscontri scientifici su una sensazione che, di pancia, provavo già da bambino).


Neuroscienze e Biophilia

Cosa sappiamo sulla relazione tra gli edifici e noi?

"Diamo forma ai nostri edifici; e poi sono loro a dare forma a noi."

-Winston Churchill

Oggi, la psicologia ambientale conferma quelle intuizioni «di pancia» del bambino.

Sappiamo infatti che:

  • La scarsità di spazi verdi.
  • L'eccessiva urbanizzazione e l'alta densità stradale (traffico).
  • L'inquinamento.
  • Il rumore.
  • La mancanza di una comunità di vicinato.

 

Agiscono come fattori di stress sul corpo e che, se cronici, possono generare problemi di salute mentale quali:

  • Stati depressivi.
  • Stati d'ansia.
  • Instabilità emotiva.

 

Ma non solo: dalla biophilia (la disciplina che studia il legame uomo-natura) emerge almeno un altro importante fattore di stress:

La geometria dell'edifico.
 

Per spiegarlo in breve:

Ti ho accennato alle capacità predittive del nostro cervello; bene: il nostro cervello si rilassa quando «sa cosa aspettarsi».

In particolare, ama riconoscere i pattern (schemi).

 

Quando ascolti una canzone, il suo ritmo e la sua melodia sono schemi che il tuo cervello sa riconoscere e anticipare: sai quando il pezzo sta per esplodere o calare, ma nonostante tu lo sappia già, quando arriva il momento, sei soddisfatto!

 

Questo determina il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore associato alla sensazione di piacere.

(Sì, quella cosa «brutta e cattiva» che tutti accusano oggi).

E non solo: ci rende più intelligenti ed efficienti, un po' come «oliare» gli ingranaggi.

 

Ad esempio, quando fai le parole crociate, all'inizio fai molta fatica, poi arriva un momento in cui ne azzecchi due o tre di fila e, improvvisamente, le altre cominciano a venirti facili.

Quella è la dopamina in azione!

 

Il tuo cervello «è contento» perché ha cominciato a capire gli schemi, la dopamina entra in azione e «lubrifica» le connessioni del tuo cervello, rendendole più veloci e accurate.

Quindi in quel momento sei davvero più intelligente!

 

Al contrario, se la musica o le parole crociate sono troppo facili, semplicemente ti annoi.

Se non riconosci uno schema, come nel «rumore», ti infastidisci.

Infatti, tutti distinguiamo tra musica e rumore.

 

Ora, la stessa cosa che accade con la musica e le parole crociate succede quando vai in mezzo alla natura o osservi l'ambiente che ti circonda, compresi gli edifici.

 

Se gli edifici mancano di schemi (proporzioni, luci e ombre…), equivalgono al rumore; se invece sono noiosi e troppo poco complessi, ti annoi e non li consideri neppure.

 

In entrambi i casi, il cervello «non sa cosa aspettarsi», quindi, nel dubbio, ti mette in allarme.

Il cortisolo (ormone dello stress) sale, e così anche l'adrenalina.

E se questi valori rimangono squilibrati a lungo… benvenuta Ansia!

Ansia, inside Out 2, Disney Pixar

Ansia, inside Out 2, Disney Pixar

In particolare, si è scoperto che l'esposizione a alcune facciate di edifici può aumentare lo stress nell'organismo fino al 30% rispetto all'osservazione di qualcos'altro (o al trovarsi in un posto diverso).

 

Inoltre, nella scorsa lettera ti ho detto che, per via del funzionamento del nostro cervello, l'ambiente in cui passiamo il nostro tempo ha un impatto su:
 

  • Il nostro umore.
  • La nostra produttività.
  • Il nostro benessere psico-fisico.
  • Le nostre relazioni sociali.
  • Il senso di identità di una comunità.

 

E siccome passi il 90% del tuo tempo al chiuso, volente o nolente, il «tuo ambiente» è costituito dagli edifici.


L'Architettura come farmaco

“Il phármakon racchiudeva in sé due poteri: medicina e veleno.”

-Marco Biraghi, «Paulo Mendes da Rocha / L'architettura come farmaco», 2020

Bene. A questo punto, torniamo alla storia.

Ricordo che pensavo:

«Ma il mondo deve essere per forza in questo modo? Davvero «da grandi» si vive così?»

 

Fast forward, molti anni dopo, mi ricordo di quella sensazione da bambino e decido di fare l'architetto.

Mi iscrivo alla facoltà di architettura con l'idea di «voler fare qualcosa per contribuire a risolvere il problema».

(Sì, per me, sentirmi triste a guardare fuori dalla finestra era un problema urgente e importante da risolvere, e come mostrano le ricerche, lo è davvero).

 

Nel 2021, lo storico dell'architettura Marco Biraghi nel suo libro: «Questa è Architettura», parla dell'architettura come farmaco:
 

  • Un farmaco usato bene e nelle giuste dosi ci cura.
  • Un farmaco usato male o in dosi sbagliate può avvelenarci.

 

Condivido questo pensiero perché è stato quello che, ingenuamente, mi ha portato a voler fare l'architetto:

«Se cambio quello che mi fa stare male, forse posso stare bene».

 

Ma usare l'architettura come farmaco porta ovviamente alla domanda:

«Cosa è l'architettura?» (Cioè, in cosa consiste la cura?).

 

Così, appena arrivato all'università, al primo anno, inizio a fare ai professori una domanda che pensavo banale: «Che cos'è l'architettura?».

Della serie: «Ok, voglio fare l'architetto, ma esattamente che cosa ho scelto di fare nella vita?».

Lo chiedo al primo anno, poi al secondo, al terzo, al quarto, al quinto.

Mai una risposta.

Qualcuno mi ha citato definizioni vaghe di altri architetti, qualcun altro ha cambiato discorso evitando di rispondere.

 

E attenzione: prima non ti ho parlato di un mondo senza natura (non solo), ti ho parlato di un mondo di edilizia, senza architettura.(C'è differenza tra le due?).

La domanda è rimasta senza risposta, come un chiodo fisso.

Così, una volta laureato (l'equivalente di un laureato in economia che non sa cos'è l'economia), ho deciso di cercare una risposta per conto mio.

(Con grande fatica e mesi di ricerche).

 

Per contribuire a risolvere i problemi, per usare l'architettura come farmaco (in senso positivo), serve una direzione, una stella polare verso cui tendere, qualcosa che assomigli, appunto, a una «definizione».


«Cosa è l'Architettura?» 2 vicoli ciechi e mezzo.

1-Le Corbusier: i volumi e la luce.

"L’Architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi sotto la luce”

-Le Corbusier-Verso un'Architettura.

La definizione di Le Corbusier è senza dubbio quella più diffusa e adottata tra gli architetti; tutti la conoscono e tutti la usano.

Eppure, leggendola, non sono stato soddisfatto.

Suggestiva e poetica, per quanto colga certi aspetti, mi sembra che manchi di molti elementi.

In fondo, credo che, guardando queste due foto, tu e io concordiamo sul fatto che le due cose «non sono la stessa cosa».

Villa Savoye, Le Corbusier, Poissy, 1931

"Il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi sotto la luce”. Villa Savoye, Le Corbusier, Poissy, 1931

orge Oteiza, Scultura Vuota, San Sebastian, 2009

"Il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi sotto la luce”. Jorge Oteiza, Scultura Vuota, San Sebastian, 2009

Tu e io concordiamo sul fatto che la prima foto mostri un edificio, mentre la seconda mostri una scultura.

Eppure, stando alla definizione, sono entrambi «volumi sotto la luce», quindi dovrebbero essere la stessa cosa.

Questa definizione è così diffusa e adottata ancora oggi che, in effetti, gli edifici assomigliano sempre più a sculture e le sculture, sempre più grandi, assomigliano sempre più a edifici.

 

Mi sembra che in questa visione manchi qualcosa.

Forse perché manca la «Funzione Esterna», ma questa interpretazione mi sembra comunque vaga e poco operativa.


2-Costruzione e Architettura

edilìzia s. f. [dall’agg. edilizio]. – Il complesso delle attività che si riferiscono alla costruzione di edifici d’ogni genere.


Architettura: l'arte o pratica di progettare e costruire edifici.

Oggi si usano quotidianamente le parole «edilizia» e «architettura» come sinonimi, anche guardando in Wikipedia o in un'enciclopedia, troviamo più o meno le due definizioni che ho riportato.

In sostanza, sono la stessa cosa.

Eppure, anche stavolta, credo che tu e io, nel guardare due fotografie di uffici come queste, saremmo d'accordo nel dire che «non sono la stessa cosa».

Uffici S.C. Johnson, Frank Lloyd Wright, Racine, 1939

Uffici S.C. Johnson, Frank Lloyd Wright, Racine, 1939

Edificio per uffici, 2025

Edificio per uffici, 2025

In un'opera di architettura, c'è di più che in un'opera di edilizia.

Sicuramente nel costruire un'opera di architettura serve l'edilizia, ma l'edilizia da sola non basta perchè sia architettura.

 

Ancora una volta, sento (e spero che anche tu lo senta), che c'è differenza tra le due cose.

Qui comincio a chiedermi dove stiano le differenze.

 

Il mio obiettivo non è un capriccio linguistico; non mi interessa «scrivere una definizione da vocabolario», ma porre una domanda operativa, pratica.

 

L'idea di base durante questa ricerca è che, se è vero che l'architettura può essere un farmaco, per strade mi sta sfuggendo qualcosa di importante.

Ma cosa?

(Immagina che, in questa fase, ancora non sapessi nulla delle ricerche in altri campi di cui ti ho parlato).


2.5-Frank Lloyd Wright, Alvar Aalto, Louis I. Kahn, Oscar Niemeyer,Yoshio Taniguchi,

Il pezzo mancante del puzzle.

Dopo mesi di ricerche tra architetti antichi, moderni e contemporanei:

  • L'antico romano Vitruvio parla di solidità, utilità e bellezza come criteri di bontà nel costruire (non è una definizione, come erroneamente si crede; infatti, se usata come definizione, non distingue una poltrona da un edificio).

 

  • Alcuni parlano di «attività sociale», di «verità», di «arte del costruire», di «volontà dell'epoca», di «eventi».
  • Altri dicono che «tutto è architettura»…

 

Alla fine mi imbatto in cinque citazioni, che riporto, che mi trafiggono come un lampo -uno shock- e mi fanno riflettere:
 

 
 

"L'architettura è vita; o almeno è la vita stessa che prende forma."

-Frank Lloyd Wright

 

"L'architettura è l'arte della riconciliazione tra noi e il mondo."

-Alvar Aalto

 

"L'architettura è il farsi pensato degli spazi."

-Louis I. Kahn

 

"L’architettura è solo un pretesto, importante è la vita, importante è l’uomo, questo strano animale che possiede anima e sentimento, e fame di giustizia e bellezza."

-Oscar Niemeyer

 

"L’architettura è, in sostanza, un contenitore di qualcosa. Spero che apprezzino non tanto la tazza da tè, quanto il tè."

Yoshio Taniguchi

 

All'improvviso tutto mi sembra ovvio, e forse ovvio lo è davvero. 

Mi sembra chiaro come il sole che, se voglio capire l'architettura, devo smettere di guardare l'architettura e cercare di capire le persone!

Ecco cosa mi sfuggiva nelle definizioni di prima!

Erano tutte concentrate sul contenitore (la tazza da tè); mancava l'uomo (il tè)!

 

Siccome lo scopo per un architetto è costruire un edificio, nella prassi quotidiana, perdiamo di vista il fatto che l'edificio è un mezzo per qualcos'altro, non uno scopo.

Insomma, lavoriamo talmente tanto sul contenitore che ci scordiamo il contenuto.

Il fine ultimo, reale, è permettere alla vita di esprimersi in tutti i modi possibili (in tutte le sue sfaccettature e complessità).

 

La differenza è sottile; il fine è permettere alla vita di esprimersi, non all'architetto di esprimere se stesso. (Altra grande differenza con la scultura).

Come diceva bene l'architetto Louis I. Kahn:
 

 
“Uno scultore può mettere ruote quadrate a un cannone per esprimere l’inutilità della guerra. Sfortunatamente, l’architetto deve usare ruote tonde se vuole trasportare la sua pietra da un luogo all’altro.”
 

Insomma:

se vuoi esprimerti come persona: scrivi una poesia, dipingi un quadro, crea una scultura…ma non costruire un edificio.

Semplicemente, non è il mezzo giusto.

 

L'architettura ha più a che fare con il «servire» che con l'espressione del proprio ego o del proprio «stile».

Sottolineo l'ovvio: la parte personale non è eliminabile.

L'architetto è una persona (o un team), quindi ogni cosa che fa, sarà la «sua versione» di quella cosa, ma in un certo senso, dovrebbe limitare la componente personale (il dogma del suo «stile») e creare la giusta cornice per lasciare quanta più libertà alla vita di esprimersi.

 

Mi sembra all'improvviso chiaro che, l'architettura, ha a che fare con la relazione di una persona con se stessa, con le relazioni tra le persone, tra le cose e le persone, tra il mondo e le persone.

Per essere un habitat, ha più a che fare con le scienze dure e le scienze umane che con l'«artisticità» come normalmente la intendiamo.

 

A questo punto, la mia ricerca (ancora in divenire), si sposta dagli edifici alle persone e, soprattutto, dall'architettura ad altri campi, come la psicologia, le neuroscienze, la sociologia, la biologia, la fisica, le religioni e la filosofia, per cercare di capire un minimo «che cos'è un uomo?».

 

Qui spezzo una lancia a favore di tutti gli architetti, specie in Italia, sfatando due stereotipi dovuti al fatto che nessuno capisce bene cosa fanno:

Vedi come il mix di competenze da possedere, o con cui avere la capacità di relazionarsi, sia vasto e complesso.

Gli esseri umani sono complessi, va da sé che il loro ambiente debba essere molto complesso, e lo diventa sempre di più.

Gli architetti pensano, progettano e si occupano di tutto questo.

Quindi NO:

  • Non fanno solo il "disegnino" o la "piantina".
  • Non servono "solo" a presentare la "pratica" alle autorità perché "bisogna farlo".
     

 

Tornando alla storia, mentre comincio ad avvicinarmi a tutti questi altri campi, (che poi sono gli argomenti di cui ti parlo in queste Lettere), abbozzo intanto una «definizione» che secondo me comincia a quadrare e che vorrei condividere con te.

 

Lo ammetto, è ancora «work in progress», non è scolpita nella pietra, né ho l'arroganza di avere la «soluzione» (esiste «la» soluzione?).

Però mi sembra portare un po' di chiarezza nel dibattito e, nella sua semplicità e ovvietà, puntare nella direzione giusta.

 

Riassumendo tutto e incastrando i pezzi del puzzle, potrei definire l'architettura:

«L'arte di Esprimere la Vita, nella Forma».


«L'Arte di Esprimere la Vita, nella Forma»
 

 

Arte

Arte intesa come capacità di agire e produrre, basata su regole ed esperienze conoscitive: la «regola d'arte».

In questo senso, anche il «fare scienza» è una forma d'arte se fatta correttamente. Quindi anche gli scienziati sono «artisti».

Così come il fabbro, il muratore, il falegname, il medico….

Questo significato ci permette di includere nella parola «arte» anche la dimensione tecnica e scientifica del fare architettura.

(Servono molte arti insieme, come abbiamo visto).

 

Arte indica anche un prodotto culturale.

Questo comprende le dimensioni psicologiche e i bisogni comunicativi collettivi di cui abbiamo parlato l'ultima volta.

 

In entrambi i sensi, l'architettura è una forma d'arte.

Questo, a mio avviso, è importante perché sono due forme di «check» che si controllano a vicenda.

Se ho solo la prima, sto andando verso l'edilizia. (Manca la Funzione Interna).

Se ho solo la seconda, ed è spinta al punto di «espressione personale», sto andando verso la scultura o altre forme artistiche. (Soffre la Funzione Esterna).


Esprimere

Per esprimere qualcosa, è necessario:

  • Ascoltare: le persone, la società…
  • Capire.
  • Selezionare tra cosa è inerente (segnale) e cosa non lo è (rumore).
  • Riassumere (comprimere).
  • Rielaborare (creatività).
  • Esprimere con un linguaggio comprensibile agli altri.

 

Ascoltare: È necessario ascoltare gli altri e la società, intercettare le direzioni che stiamo prendendo, i problemi da risolvere (quindi le opportunità sempre nuove che l'architettura ha di rendersi utile), i messaggi da comunicare…

Servono empatia e sensibilità.

Tutte queste cose, sono sempre diverse a mano a mano che la società cambia e si evolve.

(In questo senso, l'architettura è lo «spirito dell'epoca»).

 

Capire: Una volta ascoltato, bisogna capire ciò che si è ascoltato, comprendere le relazioni, le cause e gli effetti, i non detti.

 

Selezionare: Poi, come in ogni cosa, alcune cose saranno utili, altre andranno scartate.

Nel decidere che cosa è rilevante e che cosa no, sta molto dell'arbitrario, del «personale».

Qui sta anche la possibilità di «andare contro tendenza», di scegliere certe cose e non altre.

 

Riassumere: Anche il riassunto è personale, è una questione di valori e di gerarchie di importanza in chi riassume.

Non esiste un «riassunto neutro».(No, nemmeno se lo fa ChatGPT).

 

Rielaborare: Il rielaborare è senza dubbio la fase più personale di tutte, perché dipende dalle relazioni nella testa di chi rielabora.

Sì, anche in un'epoca di AI e di software complessissimi, tutto dipenderà dalle domande poste e dalla loro qualità, da come è impostato il problema…e questo è umano.

 

Esprimere: Qui si arriva all'elaborazione finale, a quello che sarà.

Però la comunicazione avviene sempre tra due soggetti.

Come quando parliamo, anche qui, io sto dicendo qualcosa, ma il significato lo trai tu in base alle tue esperienze.

Il significato (quindi anche le sensazioni) si forma in chi vive l'architettura, questo non possiamo controllarlo.

(E questo forse la rende bella, ognuno attribuisce sensazioni diverse).

Conviene, nel dubbio, cercare di parlare il più chiaramente possibile, e oggi le scienze cominciano a darci dati su che cosa funziona e che cosa no.

 

In più, l'espressione dipende da molti altri fattori, come le tecnologie a disposizione, il budget, il clima, l'ambiente, il paesaggio, la cultura e il tipo di società…

Questo offre varietà, capacità di adattamento, di miglioramento, di evoluzione, di sopravvivenza.


Vita

La vita, comprende sia la «Funzione Esterna» che la «Funzione Interna» che abbiamo conosciuto con la Piramide di Maslow.

 

La vita è un sistema complesso, pertanto, per essere espressa e «contenuta», richiede un «contenitore» complesso.

A mio avviso, la vita ricomprende anche la morte, quindi anche i cimiteri possono rientrare in questa definizione.


Forma

Abbiamo già discusso del fatto che «la forma è funzione».

Abbiamo visto che la forma è il linguaggio che usiamo negli edifici per comunicare.

Sono le «parole» che un edificio usa per esprimersi.

Quindi la forma è lo strumento, il mezzo, che rende misurabile e visibile quello che è invisible e non misurabile. (Il senso di sicurezza, di appartenenza, di stima…).

 

Come abbiamo visto con Steve Jobs:

Il contenuto è più importante della forma, ma senza forma nessuno vede il contenuto. 

Il packaging conta quanto il prodotto.

 

In particolare, parlando di packaging e di scatole, mi sto riferendo sia alle pareti della scatola che allo spazio che contiene.

 

Se è vero che il contenuto è la vita che si svolge; allora quello che conta è lo spazio, cioè il vuoto «tra» i muri.

Ma è anche vero che se qualcosa sta «tra» i muri, è perché ci sono i muri!

Quindi, i muri sono il «packaging» della vita.

I muri, delimitano uno spazio e innescano in noi le sensazioni e le emozioni che la forma, appunto, dovrebbe suscitare.

 

Questa interpretazione è molto distante da quanto visto all'inizio con «I volumi scolpiti nella luce».

Lì si valutava l'oggetto.

Qui si valuta in base alla sua capacità di relazionarsi e interagire con noi e con il mondo.


Un esempio pratico di applicazione

Il Pantheon (Roma).

Vorrei mettere alla prova questa definizione per vedere:

  • se è abbastanza pratica da poter essere effettivamente usata come bussola;
  • se è abbastanza elastica da non fare distinzioni tra stili, epoche…

 

Come giro di prova, il Pantheon è un edificio che mi ha sempre affascinato e commosso.

Costruito nel 27 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, al quale fu chiesto di erigere un tempio dedicato a tutte le divinità, passate, presenti e future.

Un compito difficilissimo, direi.
 

Qualora non lo conoscessi, ti propongo due foto: una esterna e una interna.

Pantheon, esterno, Marco Vipsanio Agrippa, Roma.

Pantheon, esterno, Marco Vipsanio Agrippa, Roma.

Pantheon, interno, Marco Vipsanio Agrippa, Roma.

Pantheon, interno, Marco Vipsanio Agrippa, Roma.

Arte, intesa come regola d'arte: era un edificio all'avanguardia per concezione e tecnologia, ogni dettaglio è impeccabile e ben eseguito. 

Si circola liberamente, c'è molto spazio.

Dal punto di vista «pratico», funziona molto bene.

Ma ci piove dentro; eppure questo trova senso nella «Funzione Interna».

È in piedi da più di 2.000 anni; mi pare che basti a confermare questo punto…

 

Arte come comunicazione, Espressione, Vita e Forma: le considero insieme.

La parte psicologica è soddisfatta: dall'esterno, si capisce subito l'ingresso e come funziona; l'edificio «guida» senza cartelli di indicazione.

La parte emozionale si sente di pancia, l'edificio mi «arriva». Mi sembra presente.

La geometria è ricca, complessa, piacevole.

La luce centrale e i contrasti di luci e ombre nelle nicchie e nella volta rendono l'ambiente davvero ricco. Il cervello di certo non si annoia.

 

Mi sembra chiaro che ci sia un messaggio culturale qui, che l'edificio parli.

All'interno, il pavimento è una circonferenza con nicchie simmetriche, mentre il soffitto è una volta.

Non ci sono angoli, spigoli, direzioni prevalenti sulle altre.

Le uniche eccezioni sono:

  • la porta di ingresso, 
  • l'oculo nella volta, 
  • la nicchia sul fondo.

 

Mi sembra chiaro un messaggio:

«Sulla terra (il pavimento), gli uomini sono uguali; di fronte all'imperatore (la nicchia sul fondo) e sotto tutti gli dèi (la volta)».

L’oculo è la «porta» del cielo: accogliendo sole e pioggia, lo spazio rende senso all’apertura.

Non è l’oggetto a essere giudicato, ma la relazione che instaura.

 

Il ragionamento mi sembra filare, il messaggio è chiaro e potente, la vita psicologica e simbolica mi sembra ben presente ed espressa, la forma racconta bene questa storia.

 

Poteva Agrippa fare diversamente?

Si poteva interpretare, e comunicare in maniera diversa?

Quasi sicuramente sì, ma questo è il bello dell'architettura: questa è Architettura.

 

Anche per questa Lettera è tutto.


Riassumendo:

  • Gli edifici sono mezzi, non fini. Valutali da ciò che abilitano nella vita.
  • La Forma rende percepibile e misurabile il benessere. Valuta gli aspetti simbolici e psicologici al pari di quelli pratici, è il cervello che controlla il tuo corpo, non viceversa.
  • Architettura come farmaco. Abbiamo distinto tra architettura e edilizia, mi sembra chiaro che la prima faccia bene, la seconda faccia male.


Possiamo cominciare a prendere la medicina giusta?


Spero di averti dato qualche spunto utile.

Ti scriverò tra due sabati con nuove riflessioni e spunti, via via che approfondisco le ricerche e le condivido con te.


Ti auguro buon weekend,

-Nicholas


P.S. Lascia pure un commento qui sotto per dirmi cosa ne pensi.

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