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1. Il problema di fondo: una dieta visiva povera
Un muro, un parcheggio, o qualcos’altro
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Ufficio con vista su un parcheggio.
Tutto questo – edifici, parcheggi, facciate, alberi, colline – per me è una cosa sola: ecologia visiva.
Non è uno sfondo neutro: è un ecosistema che ti nutre o ti prosciuga.
E qui entra un punto scomodo.
Il contatto visivo con la natura – la possibilità di guardare fuori e vedere verde vivo, alberi, acqua, vita – oggi non è considerato rilevante.
C’è chi lavora con vista su colline, parchi, cortili verdi.
E c’è chi lavora con vista su asfalto, cartelloni e facciate cieche.
Non è la stessa cosa.
Non è solo che “è più bello il viale alberato della zona bene”.
Parliamo di livelli diversi di stress cronico di base.
La domanda implicita è:
“Possibile che guardare fuori dalla finestra conti così tanto?”
Risposta secca… Sì.
(Un po’ come Gregor Samsa nella Metamorfosi di Kafka che passa metà della storia a cercare aria e senso guardando fuori dalla finestra.)
Oggi sappiamo abbastanza bene cosa succede al corpo e al cervello quando guardi un pezzo di natura.
Spoiler: la colpa non è del tuo carattere. È del panorama.
Se non risolvi questo, puoi cambiare app di meditazione ogni mese: il tuo corpo continuerà a lavorare in deficit di ecologia visiva.

Ufficio in casa con vista su alberi
2. Ecologia visiva: natura, cervello e geometria.
2.1 Biofilia: cosa succede al corpo.
Partiamo dalla parte semplice: il corpo.
Terrapin chiama il primo pattern di biofilia “Connessione Visuale con la Natura”: una vista diretta, non mediata, su elementi naturali reali (vegetazione, acqua, cielo, animali), abbastanza vicina da permettere al corpo di reagire in tempo reale alle loro variazioni.
È il fatto di vedere un mondo vivo che si muove anche quando tu ti fermi.
Quando guardi un paesaggio naturale “buono” con alberi, acqua, piante diverse, qualche animale e anche qualche segno umano (case, sentieri…), succede una cosa piuttosto banale:
il tuo organismo tira un mezzo sospiro di sollievo.
Gli studi su questa connessione visuale con la natura dicono che:
- si abbassano pressione e frequenza cardiaca;
- aumenta la variabilità del battito (HRV), un indicatore di capacità di recupero;
- calano rabbia, tristezza, irritabilità;
- aumentano attenzione, capacità di concentrarti, umore generale.
E non serve una settimana in un retreat nel bosco.
Parliamo di minuti:
Già nei primi minuti di contatto con il verde – che sia una breve passeggiata o anche solo fermarsi a guardare una scena naturale – molti studi registrano miglioramenti misurabili di umore e di alcuni indicatori fisiologici.
Non è solo “mi sento un po’ meglio”: il corpo entra in una modalità più adatta a recuperare.

Edificio New York Times, Renzo Piano BW + Fox&Fowle, New York, 2007
C’è un altro dettaglio interessante:
Non conta solo quanta superficie verde vedi dalla finestra, ma anche che tipo di verde è.
Molti studi suggeriscono che la percezione di varietà – alberi diversi, arbusti, fiori, forme e colori – si associa a un maggiore benessere rispetto a un “prato piatto”, tutto uguale.
Un giardino piccolo ma vivo, pieno di specie diverse, può nutrire di più del grande tappeto rasato.

Piccolo giardino con erba rasata

Piccolo giardino con alberi e biodiversità
2.2 Attenzione, finestra e “due sistemi”
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2.3 Body budget: il “conto corrente” del corpo
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3. La geometria della natura, quando gli edifici si comportano da paesaggio.
A questo punto la domanda è inevitabile:
«Bene Nicholas, ma io non posso vivere in un bosco.
Ho una casa, una via, degli edifici attorno. Lì cosa facciamo?»
Giusta domanda.
Qui entra un’idea semplice, che i teorici chiamano «complessità organizzata», ma che hai già visto mille volte.
Pensa alla differenza tra:
- un vicolo storico, con facciate, finestre, cornicioni, balconi, ombre;
- e un grande scatolone di vetro o pannelli lisci.
Nel primo caso, l’occhio ha sempre qualcosa da seguire:
forme grandi, dettagli piccoli, un ritmo di pieni e vuoti.
Nel secondo, o ti annoi o vieni abbagliato: non c’è nulla a cui “agganciarti”.
In sostanza, il cervello vuole una visione ricca e complessa per essere stimolato e "vagabondare" esattamente come quando guardiamo la natura.

Strada storica nella città di Siena. Crediti fotografici: Earth Trekkers

Strada con paesaggio moderno
Un edificio, volente o nolente, è sempre un pezzo di paesaggio:
può assomigliare di più a un bosco (con livelli, profondità, dettagli),
oppure a una scatola neutra.
Se non puoi avere un bosco fuori dalla finestra,
puoi almeno avere edifici che, per come sono fatti, si comportano un po’ più come un paesaggio vivo e un po’ meno come un cartonato piatto.
Anche questo, ogni giorno, entra nel tuo body budget:
o ti restituisce qualcosa,
o ti consuma a piccole dosi.
Un edificio non è solo “una funzione” o “un tetto sopra la testa”.
È parte del paesaggio emotivo quotidiano di tutti noi.
4. E chi non ce l’ha? Biofilia come infrastruttura, non come lusso
A proposito di edifici, di vista e dell’impossibilità di potersi muovere/scegliere.
Se bastano 5–20 minuti di vista su natura o su architetture vive per:
- ridurre lo stress,
- migliorare attenzione e umore,
- aiutare il cervello a rimettersi in pari con il proprio conto energetico,
la domanda diventa molto concreta:
Chi, oggi, può permettersi ogni giorno questa “finestra sul mondo buono”… e chi no?
Per molti, la risposta è una casa affacciata su una strada trafficata, o un ufficio con finestre su parcheggi e rotatorie, in quartieri con verde assente o “decorativo”.
Questo significa crescere e vivere in ambienti che non ti danno mai un vero segnale di abbondanza e stabilità.
Il body budget lavora più spesso in rosso.
E nel lungo periodo questo si somma a tutto il resto: lavoro precario, traffico, rumore, inquinamento.
Quando parliamo di biofilia, quindi, non stiamo parlando di “fare la parete verde”.
Stiamo parlando di:
- dove mettiamo gli alberi in una città e come gestiamo lo spazio pubblico;
- cosa vedono dalle finestre i bambini delle scuole;
- cosa vedono i nostri occhi fuori dalle finestre di casa nostra.
Le sintesi più recenti parlano chiaro: chi vive in quartieri più verdi ha un rischio sensibilmente più basso di ansia e depressione rispetto a chi è circondato solo da asfalto e traffico.
In alcuni studi, confrontando le aree più verdi con quelle quasi prive di natura, la differenza arriva dell’ordine del 15–20%.
Se invece guardiamo all’infanzia;
uno studio danese su oltre 900.000 persone mostra che crescere con molto verde intorno casa, riduce fino a metà il rischio di disturbi psichiatrici futuri, inclusi ansia e depressione.
Infine, uno studio in Inghilterra con dati su 40 milioni di persone, mostra come il numero di morti per malattie cardio vascolari, si avvicini tra abbienti e meno abbienti in zone verdi.
Al contrario, in aree con verde assente, il numero di morti per i meno abbienti supera abbondantemente quello dei ceti più benestanti.
(Quindi il “viale bene” riduce effettivamente la mortalità nei dintorni.)
È sanità pubblica silenziosa.
La biofilia, qui, smette di essere un vezzo e diventa una questione di giustizia spaziale.
Chi progetta città e edifici decide, di fatto, chi avrà un paesaggio che cura e chi no.
5. Da dove puoi iniziare tu, domani mattina, in 2 passi.
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L’ecologia visiva è solo il primo strato di un’ecologia percettiva più ampia.
Nelle prossime lettere, toglieremo la vista e vedremo cosa succede agli altri sensi: cosa mangiano le tue orecchie, il tuo naso, la tua pelle, mentre lavori, dormi, cresci.
Sempre con la stessa domanda di fondo:
questo ambiente sta ricaricando o prosciugando il mio body budget?
Per questa Lettera è tutto.
Nel frattempo, come sempre,
ti auguro un buon weekend con splendide viste fuori dalla finestra.
- Nicholas
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Se vuoi approfondire i temi, ti lascio qui in elenco un po' di fonti usate per scrivere questo articolo.
Bibliografia:
- Barton, J., & Pretty, J. (2010). What is the best dose of nature and green exercise for improving mental health? A multi-study analysis.Environmental Science & Technology, 44(10), 3947–3955.
- Barrett, L. F. (2017). How emotions are made: The secret life of the brain. New York, NY: Houghton Mifflin Harcourt.
- Barrett, L. F. (2020). Sette lezioni e mezzo sul cervello. Trad. it. Torino: Codice Edizioni.
- Browning, W. D., Ryan, C. O., & Clancy, J. O. (2014). 14 patterns of biophilic design: Improving health & well-being in the built environment. New York, NY: Terrapin Bright Green.
- Kaplan, S. (1995). The restorative benefits of nature: Toward an integrative framework. Journal of Environmental Psychology, 15(3), 169–182
- Salingaros, N. A. (1998). Theory of the urban web. Journal of Urban Design, 3(1), 53–71.
